Stranger Things: termina una lunga e stupenda avventura!
È finito Stranger Things. Una serie che mi ha accompagnato per dieci anni, diventando una presenza costante, quasi familiare. Senza dubbio una delle serie più belle e coinvolgenti che abbia mai visto.
Forse è il mio spirito nerd, forse è l’amore viscerale per gli anni ’80, forse semplicemente il fatto che io quegli anni li abbia vissuti davvero, essendoci nato dentro, o forse l’aver giocato per anni a D&D e similari mi ha avvicinato ai protagonisti più di chiunque altro. Qualunque sia il motivo, questa serie mi ha stregato fin dal primo episodio.
Stranger Things è nostalgia fatta bene. I personaggi poi sono imperfetti, fragili, autentici. L’amicizia tra i ragazzi, il senso di appartenenza, la paura di crescere, il sentirsi “diversi”: chiunque può riconoscersi in qualcuno di loro. Horror, fantascienza, avventura, coming-of-age, drama: un equilibrio perfetto di generi. La musica poi è parte della narrazione: non accompagna le scene, le amplifica.
E quando una storia riesce a farti sentire parte di un gruppo, anche a distanza di uno schermo… è difficile non amarla.
Ogni stagione è stata una corsa senza freni: ho divorato ogni puntata, una dopo l’altra, senza mai fermarmi. Play immediato anche all’1 di notte e via, fino al mattino, con gli occhi stanchi ma il cuore pieno. Per l’ultimissima puntata ho invece atteso diverse ore per godermela da sveglio e appieno.
Ho avuto la fortuna di vivere in prima persona anche diverse campagne marketing organizzate da Netflix a Milano, e non me ne sono persa nemmeno una. Ripenso all’evento Stranger Binge agli East End Studios nel 2017, il corner Stranger Things in Mondadori Duomo nel 2019, il grande evento a Piazza Duomo nel 2022 per lanciare la quarta stagione della serie, il Pop-Up Store aperto in Piazza Cesare Beccaria nel 2023… ma l’evento nel maggio 2022 resta semplicemente impareggiabile: eravamo migliaia di fan, un’intera piazza “bloccata” dal pomeriggio a notte per la proiezione della prima puntata della quarta stagione. Un momento surreale, potente, emozionante. Proprio come la serie stessa.
E ora che è finita, resta quella sensazione strana che si prova solo quando si salutano le storie che hanno lasciato il segno. Quelle che, in qualche modo, sono diventate parte di te.
E questo finale, com’è stato davvero?
NO SPOILER
Partiamo da un presupposto: dividere l’ultima stagione in tre blocchi è stata una scelta discutibile, da criminali. Una distribuzione settimanale avrebbe funzionato molto meglio, magari riservando solo l’episodio conclusivo a una durata extra di due ore.
Il Volume 1 parte con il piede giusto, mentre nel Volume 2 emergono i problemi: ritmi dilatati, alcune lungaggini di troppo e una Linda Hamilton che resta, purtroppo, sottoutilizzata. Elementi che finiscono per spezzare certe dinamiche e smorzare parte del coinvolgimento emotivo. Personalmente, col tempo, ci ho fatto l’abitudine… fateci l’abitudine anche voi perché credo che non sarà l’unica serie a ‘soffrire’ così in futuro.
È chiaro che ognuno dei milioni di spettatori aveva in testa il proprio finale ideale. Accontentare tutti era impossibile. Ma ha convinto me, e tanto basta. Il finale che immaginavo da giorni è esattamente quello che ho visto prendere forma sullo schermo. E l’ho accettato.
Sono anche profondamente grato ai fratelli Duffer per aver avuto il coraggio e la lucidità di non rovinare una serie così potente, evitando un epilogo che ne tradisse lo spirito. Una scelta tutt’altro che scontata, soprattutto se si guarda a quanto accaduto con Il Trono di Spade, altra serie intensa, affossato nel 2019 da decisioni discutibili dei suoi showrunner, David Benioff e D. B. Weiss.
In questo senso, Stranger Things si congeda dal pubblico con rispetto, coerenza e consapevolezza del proprio valore – qualità che, purtroppo, non sempre vengono preservate fino all’ultimo atto.

