La rabbia dell’Aquila: «Non siamo fessi!»

«Devono capire che se le nostre richieste non riceveranno ascolto, la protesta si riverserà inevitabilmente sul G8. E a quel punto non sarà il gesto di qualche estremista, ma di tutti i terremotati». Ettore la butta lì così, nel mezzo dell’assemblea cittadina ospitata nel pomeriggio sotto il tendone bianco del comitato 3 e 32. E Berlusconi gli risponde a distanza, in un duello ad armi impari perché lui come al solito è in tv: «Sarebbe un atto inqualificabile, in quella che è diventata una capitale del dolore». Quel dolore infinito che sembrava la migliore garanzia per un G8 tranquillo. Ma evidentemente il premier non aveva considerato la rabbia, che dopo quasi due mesi di promesse da marinaio rifilate ai terremotati sta inesorabilmente montando nelle tendopoli. «Forti e gentili sì, fessi no», sintetizzava in mattinata uno degli striscioni portati in corteo all’assalto – un assalto, questo sì, forte e gentile – della zona rossa, il centro storico dell’Aquila, svuotato e fantasmatico come una zucca nei giorni di Halloween. Vuoto e tremendamente blindato. Manifestazione indetta dall’associazione «L’Aquila – Un centro storico da salvare», quasi tutti professionisti con lo studio rimasto sepolto lì dentro, alla quale partecipano però tutti i comitati spontanei nati nel frattempo. L’intento è quello di riprendersi, per ora solo simbolicamente, il cuore della città, che ha smesso di pompare vita e senso di appartenenza in tutto il territorio circostante.

«Vogliamo entrare». Semplice e diretta, la richiesta dei manifestanti si infrange sul cordone delle forze dell’ordine che impedisce l’accesso a Corso Vittorio Emanuele. Nella piazza della Fontana Luminosa un migliaio di persone, tutte con il caschetto di sicurezza gialla, si accalcano all’imbocco di quella che era l’arteria principale, la via dello struscio, dei bar e delle pubbliche relazioni. La gente chiede che siano i vigili del fuoco e solo loro a occuparsi della sicurezza, non solo e non tanto per sfiducia negli altri, quanto per l’amore incondizionato che la gente ha sviluppato nei confronti dei «pompieri». Soprattutto nei giorni in cui alla protesta dei comitati cittadini si è aggiunta la loro, quella di chi ha dato tutto e continua ad assistere la popolazione fuori dalla logica della militarizzazione che sembra ormai regolare l’esistenza di tutti. Anche i vigili del fuoco hanno subìto il gioco scorretto degli emendamenti che entrano ed escono dal decreto. Pensavano che un’emergenza così potesse servire ad ottenere quello che chiedono da tempo, più mezzi e uomini, più sicurezza per sé e quindi per i cittadini. Invece niente.

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