Il postino e il premier

Tratto da Voglio Scendere:

Vanity Fair, 1 luglio 2009

Rientrato da L’Aquila, passo per un giorno da Cagliari. Una mia amica mi racconta che il suo postino, da tre settimane, ospita a casa una famiglia abruzzese. Il postino fa parte di una associazione di volontariato e in casa ha un paio di stanze in più. Si è offerto senza dirlo troppo in giro. Adesso si rallegra che la famiglia abruzzese possa godersi un po’ di mare, lontano dai lutti e dalle tende. E siccome insieme si trovano bene ha offerto alla famiglia di rimanere anche a luglio.

La mia amica mi racconta che il postino è simpatico. Gira tutti i giorni con un ciclomotore, gli occhiali da sole e un borsone a tracolla pieno di lettere. Ha una quarantina d’anni, una moglie, un figlio. E’ sempre allegro. Il che lo rende un’eccezione tra i sardi che di solito sorridono senza farsene accorgere.

Quando lo incontro, il postino si stupisce del mio stupore. Come tutte le persone per bene non considera il bene un’eccezione. Lo fa e basta. Guadagna 1300 euro al mese. Più o meno come sua moglie anche lei impiegata alle Poste. Ogni mattina uno dei due accompagna la famiglia abruzzese al Poetto, la spiaggia di Cagliari, che ha ancora il mare tirato a specchio. Nel pomeriggio la famiglia rientra con la corriera, fa un po’ di spesa, cucina alla maniera abruzzese, dà una mano in casa. Dice il postino: “La sera è bello perché ci raccontiamo le nostre vite che sembravano distanti e invece sono vicine”. Non vuole essere citato, gli sembrerebbe di vantarsene.

Salutandolo penso a un tizio che in diretta tv, promise di aprire un paio delle sue venti ville ai terremotati. Sembrava commosso, invece voleva solo fare colpo sugli elettori e le ragazze.

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